Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti visita la nostra pagina dedicata. Informativa ai sensi dell’art. 13 D.LGS. 30 giugno 2003 n.196

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henry rono

Talento assoluto, stupì il mondo stabilendo quattro record mondiali in pista in ottantuno giorni per poi perdersi e rinascere da uomo libero.

Lo hanno ritrovato così, l’uomo che in 80 giorni aveva rivoluzionato le gerarchie del mezzofondo mondiale. Grazie a una foto sulla prima pagina del quotidiano di Albuquerque, New Mexico e ad una didascalia: «Henry Rono, facchino dell’aeroporto, è accorso sul luogo dell’incidente prestando il suo aiuto».

Gennaio di 17 anni fa,un pullman di ritorno dal Messico, un incidente stradale di poco conto e un facchino altruista, autore di un gesto generoso, con una faccia che non diceva più niente a nessuno nemmeno ad Albuquerque, dove viveva ormai da tempo, figurarsi al resto del mondo.

Proprio così, Henry Rono stava iniziando il nuovo millennio da dimenticato. Senza più addosso quel suo talento prezioso, né tutti quei primati mondiali messi in fila in neppure tre mesi, meteora che aveva stravolto i ritmi della corsa ed era finita stravolta dall’alcol e dalle scelte sbagliate. In quella foto c’era un semplice uomo di fatica dell’aeroporto che si guadagnava da vivere onestamente e restava ai margini.

L’ombra del campione che nella primavera del 1978, in appena 81 giorni, aveva infranto quattro record del mondo: 5.000 metri, 3.000 siepi, 10.000 metri e 3.000 metri. Uno dietro l’altro. In un modo così limpido, assoluto e disarmante che non avremmo mai più rivisto nulla di simile, dopo. Henry Rono, il facchino, aveva cambiato la storia dell’atletica. E nemmeno lui aveva più voglia di ricordarlo.

In quei giorni a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, Henry Rono era un re. Tutti lo volevano, tutti lo cercavano. Gli organizzatori dei grandi meeting internazionali gli offrivano borse fantastiche, manager veri e presunti lo tiravano per la giacca, la gente d’atletica lo amava come si può amare chi ha fatto qualcosa fuori dal comune. E lui iniziò a camminare lontano dalla realtà, perdendo il contatto con la sua storia di ragazzo del Kenya innamorato della corsa per spirito di emulazione, ispirato dalle gesta di un capostipite come Kipchoge Keino, e volato dall’altra parte del mondo per inseguire il suo sogno e una vita diversa.

Nel ’78 Henry aveva 26 anni. Era nato a Kiptaragon, terra dei Nandi, in quella Rift Valley che avrebbe regalato talenti eccelsi al mezzofondo internazionale. Orfano di padre da quando aveva 7 anni, gli era toccata la cura dell’unico patrimonio di famiglia, una mandria di mucche. La scuola iniziò a frequentarla a 10 anni, dalle superiori uscì a 22. Ma fu quello il periodo della “folgorazione”, ispirata da una visita di Keino dalle parti di casa sua, con relativo allenamento di cui Henry fu meravigliato spettatore, nel 1971. Dopo quell’incontro, il ragazzo prese la decisione: sarebbe diventato un runner. Niente regole o maestri, soltanto quell’immagine di Kip Keino a illuminarlo. Il talento c’era, e presto se ne resero conto anche i tecnici della Nazionale keniota, che iniziarono a convocarlo nelle rappresentative giovanili.

Cinque anni dopo, con 24 primavere sulle spalle, Rono era ai vertici. Pronto a mostrare quei progressi su una ribalta internazionale come l’Olimpiade di Montreal. Ma il Kenya e altre 25 nazioni africane decisero di non mandare i loro atleti in Canada. Boicottaggio dalle ragioni nobili, occasione persa, per Henry, che ancora guardava al futuro e pensava che altre ne sarebbero arrivate. Il tempo per maturare non gli mancava. Magari scoprendo nuovi mondi, cercando tecnici preparati e un’occasione per cambiarsi la vita. In America, per esempio.Il giro del mondo in 81 giorniAnnegato nell'alcoolDopo l'ennesima delusione Henry Rono era il campione di sempre, ma era anche un giovane uomo sradicato dalla sua terra e in cerca di un’identità in un Paese straniero, contornato da amicizie di comodo. Gli stessi dirigenti dell’atletica keniana cercavano di trarre benefici dalla sua improvvisa notorietà, e lui, animo generoso, non sapeva negarsi a nessuno. Risparmiare, o investire con acume i propri guadagni, era una qualità che non gli apparteneva.

«Provai a cavarmela da solo, ma non c’ero portato. Quella situazione mi schiacciava, era tutto più grande di me. È stato così che ho iniziato a bere». Roba pesante, roba di lusso, come si conviene a chi guadagna bene. Ma dannatamente velenosa per chi deve fare una vita da atleta. Henry seppe mascherare le sue difficoltà, per qualche tempo, correndo ovunque in America, tornando in Europa in cerca di gloria, gareggiando talvolta in condizioni disastrose. L’ultimo suo acuto, quando nel settembre dell’81 frantumò ancora il primato mondiale dei 5000 metri ad Oslo in 13’06”20, arrivò dopo una notte ubriaca, risolta con un’ora di corsa mattutina e un pomeriggio di riposo. Altri applausi, ignari del dramma interiore di un ragazzo degli altopiani che era stato un pioniere, nelle sue scelte. Solo lui e pochi altri avevano scelto di cercare fortuna fuori dal Kenya, e negli States si sentiva, ed era considerato, un pesce fuor d’acqua. Difficoltà a comprendersi. Mancanza di feeling. Non con tutti, certo. In quegli anni Rono trovò amicizia da parte di Edwin Moses, il re dei 400 ostacoli, che addirittura creò una società chiamata Utopia Track Club, costituita da due soli atleti: lui e l’amico Henry.

Ma per uno che ti considera per quello che sei, tanti non si fanno scrupoli: procuratori corrotti, organizzatori famelici, tecnici improvvisati. Per tanti, Henry Rono era una macchina da soldi, uno da spremere. Lui non aveva forza per reagire, se non correndo. E bevendo.La rinascita di un uomo liberoArrivarono le prime figuracce, le improvvise sparizioni per lunghi periodi, ospite di amici comprensivi, o in terapia per liberarsi dall’alcol. Nel 1987, appena sei anni dopo l’ultimo giorno di gloria, Rono viveva in un rifugio per homeless, a Washington, già dimenticato da tutti. I guadagni bruciati in investimenti catastrofici o volatilizzati nelle casse dei federali keniani e degli agenti europei. E poi i guai con la giustizia, i lavori rimediati alla meglio. A Portland si ritrovò a fare il guardiano di un parcheggio per poco meno di sei dollari l’ora. «Non male, per uno che si accontenta. E io ho imparato ad accontentarmi...».

Fino a quel giorno d’inizio 2000 e a quella foto sul giornale di Albuquerque. Poco tempo dopo, in quell’aeroporto s’imbatté in un atleta marocchino e la voglia di parlare d’atletica prese il sopravvento. Arrivò un pezzo grosso dello scalo, arrabbiato. «Sai chi è questo signore?», gli chiese il marocchino. «Certo, uno dei nostri facchini», rispose il boss. «Davvero? Allora vai su internet e digita Henry Rono. Fallo, scoprirai qualcosa d’interessante...». La rinascita del campione riparte proprio dal New Mexico, dove Rono ha smesso di bere, ha ritrovato se stesso, e un lavoro di educatore e coach in una high school. «Quando vivevo tra i senzatetto a Washington pensavo di aver toccato il punto più basso. A quel punto si può solo tornare su. Se affondi un altro po’ sei morto. Se riconquisti la dignità, torni a essere un uomo libero».

Marco Tarozzi – Runner’s World Italia

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