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Ancora una puntata dellla nostra rubrica "Scopri il coach", per conoscere le storie "da atleti" di alcuni degli allenatori e allenatrici che incontriamo sui campi di gara. Oggi andiamo a scoprire il passato di Giuliana Cassani. Buona lettura.

(Invitiamo tutte le società milanesi a segnalarci i loro allenatori dal passato "glorioso": Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).


Giuliana Cassani, 57 anni, è una ex ostacolista e velocista che ha vestito le maglie di Pro Sesto, SNIA Bpd, Cus Milano e Atletica 2000. Prima di correre ha giocato a basket (è alta 1.80), poi dopo i Centri di Avviamento all'Atletica, a 15 anni inizia a fare atletica seguita da Francesco Bianchi e Carlo Venini. Prima corse campestri e campionati studenteschi, poi si indirizza verso i 400 hs dopo aver segnato subito il minimo per i Campionati Italiani juniores. Nel 1984 passa alla Snia BPD, cambia allenatore (Luciano Bolognini, che poi sposerà) e inizia la sua scalata verso i vertici degli ostacoli italiani. Porta il suo primato a 61"05 (57.0 nei 400 piani), si attesta tra le migliori in Italia sulla distanza, e con la staffetta della SNIA vince due volte il titolo italiano nella 4x400 e uno nella 4x800. Sempre con la SNIA è 2° nella Coppa Europa per Club dietro al Bayer Leverkusen. Nel 1995 scopre di avere un carcinoma mammario. Si opera, si cura, e ritorna a gareggiare ancora più motivata indossando po la maglia dell'Atletica 2000. Questa nuova consapevolezza sportiva le permette di avvicinarsi, pur senza pretese agonistiche, anche alla maratona. Debutta nel 1997 a Losanna (3:30), poi nel 1998 corre a New York a fianco di Gianni Morandi. Seguono Torino, Milano, Venezia e anche una mezza a Osaka.

Subito dopo il diploma Isef ha iniziato ad allenare nel 1985 a Milano per la SNIA su stimolo di Franco Sar. Dopo aver seguito i corsi per allenatore Fidal, nel 1998 è passata a seguire un gruppo di giovani della Pro Patria Milano. Dopo una pausa per la maternità e altri impegni professionali, da qualche anno ha ripreso ad allenare per l'ABC Progetto Azzurri e per l'Atletica Pianura Bergamasca, con il ruolo anche di dirigente. Fino al 2009 ha insegnato Educazione Fisica al Liceo Vittorini di Milano, per poi entrare nell'Ufficio Scolastico Regionale, dove ora è coordinatrice per la Lombardia. Dal 2014 è membro della commissione tecnica dell'atletica dell'ISF (International School Sport Federation). Da due mandati fa parte del Consiglio del Comitato Regionale della Federazione. Attiva come giornalista, ha collaborato a lungo con la Gazzetta dello Sport ed è stata addetta stampa di Fidal Lombardia.      

coach anibaldi

1. Come e perché hai iniziato a fare atletica?

Ho iniziato con i CAAL (Centri avviamento atletica leggera) all’Arena a 11 anni su suggerimento dei miei genitori. Mio padre amava molto l’atletica leggera da cui proveniva come atleta, tecnico e poi giornalista. Prima avevo fatto per alcuni anni minibasket ma preferivo assolutamente un’attività all’aperto e quindi a 14 anni ho iniziato l’agonismo seguendo il mio istruttore Francesco Bianchi in Pro Sesto nel gruppo diretto dal Coach Carlo Venini.

2. Come e quando hai scoperto la tua specialità?

Ai corsi avevo provato un po’ tutte le specialità, a 13 anni avevo vinto la Leva Olimpica del Milan organizzata dalla Riccardi (poi divenuta Ragazzo più veloce di Milano) alla Pasqua dell’Atleta nel salto in alto con un orribile Fosbury. Forse mi sarebbe piaciuto imparare meglio questa specialità, ma venni coinvolta prima nelle campestri e nei 1000 metri da ragazza e poi nei 400 da allieva fino a guadagnarmi il posto nella squadra assoluta da junior nei 400hs e nella 4x400.

3. Qual è la gara a cui sei più affezionata?

E’ stato amore-odio per i 400hs dove inizialmente ho patito infortuni sia al gomito (lussazione), che al ginocchio (meniscopatia) tanto che ho dovuto fermarmi per una stagione. Poi ho fatto un salto di qualità quando, a 19 anni, ha iniziato a seguirmi mio marito Luciano Bolognini (ex ostacolista della Riccardi divenuto allenatore specialista velocità e ostacoli) e, lavorando più sulla forza, sulla velocità, sulla tecnica di passaggio e sulla ritmica ho tirato giù subito 4 secondi dal mio personale e poi via, via ho ancora migliorato. Così ho iniziato a divertirmi. Ma la gara per cui veramente “impazzivo di gioia” era la 4x400 e ho avuto la fortuna di gareggiare nella Snia BPD con atlete di grande spessore agonistico: Marialuisa Cilimbini, Rossana Morabito e Francesca Carbone. Così si vinceva.

4. Cosa ti ha insegnato e lasciato l’atletica?

Una bella vita. Un marito incontrato sulla pedana dell’alto dell’Arena. Gli amici di ora sono gli amici incontrati in gioventù sui campi. Siamo cresciuti insieme nella passione per questa disciplina e aver vissuto le stesse sensazioni ci ha reso uniti. Anche dopo anni che non ci si vede c’è sempre lo stesso feeling. Non ci sono età. Dai tanti coetanei, agli ottantenni come Giancarlo Sisti ai settantenni Bruno Poserina, Ennio Preatoni, Aldo Maggi fino ai giovani Giovanni Balbo e al caro Alessio Giovannini che ci aspetterà da qualche parte per “chiudere il suo comunicato”. Inoltre l’Atletica ha lasciato la consapevolezza che qualunque difficoltà nella vita vada affrontata con impegno e determinazione e che le potenzialità psico-fisiche di ognuno di noi potrebbero avere dei limiti inimmaginabili. Certo, si potrebbe anche “perdere” ma mai senza aver lottato sino all’ultimo.

5. È stato difficile smettere con le gare e l’agonismo?

Indubbiamente difficile. Il ruolo di atleta è quello da me più amato nonostante mi siano sempre piaciute anche le esperienze negli altri ruoli (tecnico, responsabile ufficio stampa CRL Fidal, Consigliere Regionale, Dirigente sociale). Era bellissimo seguire la programmazione del mio tecnico e avere i dirigenti che pensavano ad ogni cosa nelle trasferte. Ti sentivi protetto e guidato. Tornando indietro, mi concentrerei meglio sugli allenamenti evitando di disperdere energie nelle molteplici attività, oltre allo studio, che mi divertivo a seguire. Solo dopo ho compreso quanta dedizione ed energia sia indispensabile per ottenere il meglio da sé stessi. La scelta di smettere è poi stata forzata dopo uno stiramento profondo patito nella 4x400 agli Italiani del 1997 all’Arena con l’Atletica 2000. Brutta esperienza, non per il mio infortunio ma perché non sono riuscita a passare il testimone alla mia compagna e amica Loredana Fontana, ultima frazionista che non vedeva l’ora di partire. A dir la verità mi sono “riciclata” subito, dopo un raduno con gli altri atleti a Saint Moritz, nel ruolo di atleta amatoriale e, a ottobre ’97, ho corso in 3h30” la Maratona di Losanna con l’obiettivo unico di…finirla! Da lì ho proseguito con New York, Torino, Firenze, Milano, Venezia e qualche mezza Maratona. Nel 2000 sono tornata a Osaka in Giappone (ero stata nel 1990 come riserva dell’Ekiden grazie al CUS Milano) per una gara di rappresentanza nella 21km delle città gemellate. Aspettare il colpo di pistola è sempre una sensazione unica anche da “tapasciona”.

6. Quando e perché hai scelto di diventare un allenatore?

A dir la verità nella ripresa dopo gli infortuni giovanili ho approfittato, frequentando l’ISEF Lombardia, per specializzarmi professionalmente anche per la Fidal e ho frequentato il Corso allenatori di II livello a Schio con formatori molto preparati, da Gaudino a Preatoni a Rossi a Ranzetti. Per cui dopo pochi giorni dal diploma ISEF, nel novembre 1985, già Franco Sar mi affidò un gruppo di giovani per la SNIA. Ho portato avanti il gruppo per un paio di anni, poi migliorando le mie prestazioni, sono rientrata esclusivamente nel ruolo di atleta. Poi a fine carriera ho avuto l’offerta da parte di Giorgio Rondelli di seguire un gruppo di giovani per la Pro Patria (tra i quali Giovanni Balbo). Oggi, nonostante gli impegni professionali siano abbastanza “invadenti”, mi diverte moltissimo collaborare con mio marito nell’allenare il gruppo di giovani dell’Atletica Pianura Bergamasca, società “sorella” dell’ABC Progetto Azzurri. In pratica il mio supporto è anche quello di svolgere le mansioni organizzative dirigenziali. Credo che ogni tecnico non debba essere lasciato solo ma debba avere quotidianamente a fianco sul campo un proprio dirigente. Inoltre da 6 anni faccio parte della Commissione Tecnica per l’atletica leggera dell’International School Sport Federation.

7. Cosa ti piace nell’essere un allenatore?

Direi che oltre alla passione per l’atletica mi piace insegnare. Trovo che quello del tecnico sia un lavoro molto creativo, in cui è necessario coniugare una solida preparazione sulla biomeccanica, biochimica, fisiologia, psicologia, ecc, con conoscenze di metodologia dell’allenamento e programmazione, conoscenze tecniche e tattiche, sensibilità, occhio e grande self control. L’arte di vedere l’errore tecnico e soprattutto di sapere come correggerlo non è da tutti. E nemmeno di saper individualizzare il lavoro. E qui credo proprio che l’esperienza nelle vesti di atleta sia fondamentale. Aver svolto l’attività ti porta ad avere un vissuto che significa avere cultura. Sui libri diventi istruito, ma un problema non lo hai dentro. Oltre alla capacità di dimostrare quello che vuoi dall’atleta conosci bene le sue sensazioni di nausea, fatica, mal di testa, ansia pre-gara, sai che si sbaglia tanto e…non è la morte di nessuno! C’è sempre un’altra gara!

8. Cosa insegni per prima cosa ai tuoi atleti?

Che il lavoro quotidiano e costante, i comportamenti, gli stili di vita portano a raggiungere risultati insperati, rendono indipendenti, sicuri, fiduciosi. Vorrei insegnare ad amare la gara. Personalmente avrei solo gareggiato. Oggi c’è molta paura del confronto anche con sé stessi.  Forse è da attribuire ai social che in due minuti tranciano giudizi idioti e inopportuni rovinando talvolta il lavoro certosino, anche da un punto di vista psicologico, del tecnico. Vorrei insegnare a non enfatizzare mai né la vittoria né la sconfitta, ma a raggiungere un equilibrio che renda consapevoli dei propri limiti. L’errore fa parte di qualunque attività. Nella tesi ISEF sul rapporto allenatore/atleta ho intervistato vari tecnici di alto livello tra cui Dan Peterson che mi disse: "se l’atleta fa una buona azione urlo il mio apprezzamento, se fa un errore vado a dirglielo nell’orecchio”. Grande Dan!

anibaldi5 vivicitta Le staffette 4x400 della Snia ai Campionati Italiani del 1987: Giuliana Cassani è la seconda da sinistra

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