Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti visita la nostra pagina dedicata. Informativa ai sensi dell’art. 13 D.LGS. 30 giugno 2003 n.196

1arena 2XXVAPRILE

hydrationBevi e corri, corri e bevi. Se anche voi avete sentito, letto, detto che durante una gara a lungo chilometraggio è fondamentale idratarsi di continuo, beh sappiate che c’è qualcuno che non è d’accordo.

Lo ha ben spiegato sulle prestigiose pagine del Wall Street Journal Rachel Bachman, che in un articolo pubblicato lo scorso mercoledì 25 febbraio (Warning: Ease up on water for that run) ha raccolto studi e testimonianze che vanno esattamente nella direzione opposta. “Le ricerche più recenti sostengono il contrario. Gli atleti hanno più probabilità di patire per il troppo bere che per il troppo poco. Nei casi più estremi, delle persone sono morte per aver bevuto troppo in gara” scrive la giornalista.

Se finora si è ritenuto che un livello di disidratazione del 3% fosse la soglia di attenzione, ora sembra che questa percentuale non solo non abbassi la prestazione sportiva, ma addirittura possa aiutarla. La nuova regola è: bevi quando hai sete. Secondo il dottor Tim Noakes, fisiologo dell’Università di Cape town, le sensazioni sono le migliori alleate dell’atleta: nel suo libro “Water-logged” sostiene addirittura che gli atleti siano incoraggiati a bere di più dalle industrie che producono bevande sportive.

Al di là del “complottiamo”, ci sono alcuni casi eclatanti che sostengono questa teoria. L’ultramaratoneta Dean Karnazes beve litri d’acqua nelle gare più estreme, ma durante la Maratona di New York ha bevuto una sola volta. Un po’ più famoso, il maratoneta americano Meb Keflezighi beve meno di un litro di acqua nei suoi 42 km. Il dottor Noakes, che ha misurato livelli di disidratazione nei triathleti anche del 12-13%, sostiene che ciò sia un vantaggio perché gli atleti diventano più leggeri nel corso della competizione. A giugno sarà pubblicato un nuovo studio sulla performance in laboratorio di alcuni ciclisti disidratati al 3% e senza calo di prestazioni.

Sul fronte opposto, abbondano i casi di danni da iper idratazione. Kate Mori, atleta esperta e allenatrice dell’Università di Gloucester, finì la Maratona di Londra del 2007 in ospedale a causa di una iponatriemia (o iposodiemia). I suoi livelli di sodio nel sangue erano troppo bassi a causa del troppo bere: 2.8 litri ingeriti in un “corpicino” di solo 1 metro e 55 di altezza. Studi fatti nelle maratone di Londra e Boston mostrano una percentuale del 13% di atleti con livelli di iponatriemia. Il pericolo è maggiore per le donne, che con un fisico più minuto degli uomini sudano in proporzione di meno. Pericolo ancor maggiore per chi va più piano: più facile per loro cadere nella tentazione di bere di più.

Chi avrà ragione allora? Bere molto o bere poco? Sarà un caso, come spiega la giornalista, che la maggior parte delle ricerche sull’idratazione negli atleti siano sponsorizzate dalle aziende di bevande sportive? Molte conferenze dell’ACSM (America College of Sports Medecine) sono sponsorizzate dal Gatorade Sports Science Institute, il braccio scientifico dell’azienda produttrice. Molte ricerche che hanno dato forma alle linee guida sull’idratazione sportiva sono state finanziate dal medesimo istituto. Le guide raccomandano il "consumo di bevande che contengano elettroliti e carboidrati”, guarda caso proprio le sostanze contenute nelle bevande sportive. ACSM e Gatorade negano ogni legame però, conclude il suo articolo Rachel Bachman.

Dove sta allora la verità? Scienza o no, forse anche nello sport può valere lo slogan di quella famosa bevanda: ascolta la tua sete. Quindi a ciascuno la propria sete, l’importante però è imparare a riconoscerla e a gestirla.

DAVI.VIGA.

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