Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti visita la nostra pagina dedicata. Informativa ai sensi dell’art. 13 D.LGS. 30 giugno 2003 n.196

1arena 2XXVAPRILE

Sono passati 33 anni dal 27 giugno 1973 : quel giorno, il tabellone dei tempi, in un’Arena appena rivestita di tartan, iscriveva l’1 43’7” di Marcello Fiasconaro nel novero delle imprese al limite delle possibilità umane. Erano le 22 e 30, la cornice era l’incontro internazionale Italia-Cecoslovacchia e l’italo-sudafricano, entrato da pochi secondi nella storia dell’atletica mondiale, cadeva riverso sul prato, con la testa tra le mani e il cuore in subbuglio, mentre intorno a lui esplodeva il tripudio. Un record durato tre anni che nessun altro italiano ha più battuto. Eccone una breve ricostruzione.

 

 

MARCELLO FIASCONARO: UN MITO ANNI SETTANTA

Capelli lunghi, baffoni e maglietta aderente, l’immagine di Fiasconaro fece il giro del mondo in pochi attimi. L’aspetto un po’ trasandato da uomo giramondo e controcorrente, la corsa galoppante e scevra da calcoli, le origini esotiche e misteriose, lo trasformarono in una delle icone spettacolari degli anni Settanta. E gli italiani se ne innamorarono immediatamente. Nato il 19/7/1949 a Johannesburg, era figlio di Gregorio Fiasconaro, un ufficiale dell’Aeronautica italiana abbattuto dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale e poi trasferito al campo di prigionia di Pietermaritzburg, in Sudafrica. Là, Gregorio cominciò una carriera musicale che nel secondo dopoguerra lo rese una celebrità. Divenne professore all’università di Cape Town e stimato orchestrale tanto che ancora oggi è considerato il “padre dell’opera” in Sudafrica. Il figlio Marcello, però, al pentagramma preferiva la palla ovale. E avrebbe per tutta la vita giocato a rugby in Sudafrica se l'ex discobolo italiano Carmelo Rado non l'avesse scoperto, segnalandolo poi alla FIDAL. Nebbiolo non si fece sfuggire la grande occasione. Così, l’1° Luglio 1971, “March” sbarcava in Italia con un interprete al suo fianco. Pochi giorni dopo vinceva gli “assoluti” correndo, non avendo ancora una società sportiva, con una tenuta a strisce bianco-verde da rugbista. Un mese dopo conquistava l'argento nei 400 agli Europei di Helsinki con un 45.49. Cominciava così una breve ma intensa carriera che come apice avrà proprio la serata magica dell’Arena. Riviviamola dalle pagine della Gazzetta dello Sport, firma Alfredo Berra, il giorno dopo il grande record. Il rivale Plachy, il nuovo materiale tartan, e il padre Gregorio fanno da contorno a quella mirabile serata.


 “Una cosa davvero unica al mondo. Il primato degli 800 metri non è mai stato fatto in questa maniera, cioè con un atleta che corre in testa dal via al palo e folgora il traguardo con il nuovo limite. I precedenti records di Snell, Doubell e Wottle, pareggiatisi in tempi diversi ad 1’44”3, erano scaturiti da contese preparate con gli opportuni battistrada, oppure che si erano snodate in maniera favorevole a quello che sarebbe stato il campione. Stavolta, nella nobile Arena rinnovata in «3M tartan», la quale è sempre un grande tempio di atletica quando gli uomini e le cose cooperano nella migliore maniera, l’impresa è avvenuta. Marcello Fiasconaro ha tratto dalla “melange” della sua educazione nel nuovo Paese sudafricano e delle antiche radici mediterranee, siciliane per la precisione, “melange” che è avvenuta non senza le difficoltà che tutti sanno, l’opportuno spirito per animare il suo splendido meccanismo di atleta e compiere un gesto che verrà ricordato negli annali, anche se lo sviluppo della vicenda atletica, il quale alterna curiosamente anni di stasi con altri di progresso incalzante nelle varie specialità dovesse entro breve tempo, ad opera magari dello stesso Fiasconaro, cambiare le cifre della tabella.{mosimage} Ripetiamo, la gara si è svolta in maniera semplicissima, come si apprende dalla cronaca. Primi 200 in 25”, poi 37”5 ai 300, cioè al momento del passaggio alla corda. Fiasconaro corre con imponenza, “in piedi”, come si suol dire, muovendo le braccia a stantuffo e le gambe con quel ritmo sempre un po’ curioso sotto l’aspetto estetico, ma potentissimo e redditizio. Lo segue naturalmente il solo Plachy, biondo cecoslovacco di classe che ha già un limite di 1’45”4, il quale non si dice al massimo della forma ma che dimostra comunque ogni migliore intenzione. Il numero ai 400 è 51”2 con Fiasconaro che mette la testa sotto che pare voler sprofondare il muro di leggero vapore e di afa che ha obbligato oltre a tutto a respirare male nell’insieme della serata. Plachy corre rotondo ma incomincia a sbattere i piedi e a perdere contatto. Ai 600 metri, è 1’16”5 (25”3 per il terzo 200!) e Fiasconaro si trova in quella posizione di corsa che gli costa così fatica sui 400 (e si capisce!). Plachy ha perso contatto. L’1’16”5 dovrebbe già dire che il primato è fatto perché basterebbe un tempo di non molto inferiore ai 28” per conseguire l’impresa. E gli ultimi 200 sono corsi in 27”2. Poi il tripudio. Fiasconaro si prende la testa tra le mani. Attraversa il prato, va alla partenza dei 200, si sdraia per terra. Nessuno osa avvicinarsi. Fiasconaro soffre smisuratamente per la fatica in assoluto, per lo “stress”, per tutto quanto può essere comportato da uno sforzo di questo genere. Fiasconaro è un atleta potentissimo che quando corre pena, che quando sta bene di salute non arriva dicendo che è fresco e, sapendolo, si sarebbe spremuto molto di più. Inoltre in questa gara ci ha messo tutto. Ricordiamo le lancinanti sofferenze morali, oltre che fisiche, per via del malanno al piede dello scorso anno. L’impegno, sempre prodigato di straforo dal medico argentino Oliva, la tristissima fine dell’Olimpiade di Monaco. Quel maledetto “piede cavo”, cioè alto di collo con le dita rattratte, aveva forse reso con le estremità d’argilla il gigante, ma il colpo decisivo era recato dalla cattiveria di molti. Accuse di immoralità, di leggerezze varie, ecc. Fiasconaro, proveniente dalla tranquilla civiltà degli antipodi si perdeva e tornava in Africa, in famiglia, triste. Poi il recupero con Stewart Banner, l’allenatore di sempre ed il raggiungimento dei tempi mondiali sugli 800, quegli 800 che oltre tutto avevano costituito motivo di grave discussione, in alternativa con i 400, lo scorso anno.{mosimage} Si toccano i grandi risultati sugli 800, sino a 1’44”7. poi viene in Italia con il programma di starci il meno possibile, non certo per scarsezza patriottica, bensì perché qui troppe cose lo confondono. Lui – si ripete – è un puro e spesso i puri sono accusati di corruzione. I responsabili italiani dei settori riguardano Fiasconaro, Vittori per i 400 e Barletta per gli 800 hanno molta delicatezza, non si sovrappongono e non interferiscono con Banner ed il risultato è stato questo, nella vecchia Arena, per festeggiare i 90 anni della Pro Patria, ora anche “Floor Sport” che merita, attraverso le figure di tutti i suoi soci di sempre, capeggiati fino a ieri da Malnati, ora da Somigliano e da Mastropasqua, il quale ha dato veramente l’anima perché tutto funzionasse. Il pubblico è stato meraviglioso. Gregorio Fiasconaro, musicista, ex-aviatore caduto in Africa durante la guerra e ivi rimasto alla base del successo atletico di ieri sera è subito in contatto con Città del Capo: “l’uomo più felice del mondo”. L’atletica non ha confini, Fiasconaro e le sue imprese appartengono al mondo anche se Nebbiolo, presidente della Fidal e del Cus Torino, società di Marcello, stringe i denti in un grande trionfo. Dopo il record Marcello Fiasconaro ha pianto, come Gregorio Fiasconaro piangeva vent’anni fa nel campo di Maritzburg. Anche i rugbisti fanno piangere dopo aver corso in questo modo.” Ateltica ieri...

RUBRICA TELEVISIVA

FOTOGALLERY