Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti visita la nostra pagina dedicata. Informativa ai sensi dell’art. 13 D.LGS. 30 giugno 2003 n.196

1arena 2XXVAPRILE

Uno degli avvenimenti dell’atletica leggera rimasto vivo e radicato nella memoria, che ricordo nitidamente, secondo dopo secondo, passo dopo passo, che quando lo ripenso provo ancora la stessa emozione d’allora è il memorabile confronto tra Lanzi e Harbig del 15 luglio 1939 all’Arena di Milano.” Dante Merlo

 

 

HARBIG CONTRO LANZI: VOLATA PER IL RECORD

15-16 luglio 1939. Per rendere omaggio all’alleato tedesco, a due mesi dalla firma che Galeazzo Ciano e Joachim Von Ribbentrop avevano messo in calce al “Patto d’Acciaio”, il 22 maggio a Berlino, la Fidal organizza un bilaterale Italia-Germania di Atletica leggera, scegliendo l’Arena di Milano quale luogo deputato per quello storico incontro. Bandite, in sfregio alla “perfida Albione”, le distanze in yard, le gare, in una cornice di pubblico entusiasta, vedono quasi tutte la vittoria dei tedeschi. A tenere in vita la speranza per gli italiani c’è Mario Lanzi, un ex calciatore cui una frattura alla tibia ha costretto al mezzofondo, un quattro/ottocento metrista, in forza prima alla Pro Patria poi alla G.S. Baracca Milano, capace di infiammare gli appassionati con partenze razzo e allunghi selvaggi, tanto che, molti anni dopo, il suo nome sarà accostato a quelli di giovanissimi Juantorena e Fiasconaro. Il grande giornalista di Atletica leggera Dante Merlo scrisse: “La prova degli 800 m., almeno nella speranza, era attesa come l’occasione della svolta. Con la pista di 500 m., la partenza veniva data alla fine della prima curva. Dalla corda, nell’ordine Lanzi, Brandscheit, Bellini e Harbig. Il tempo s’è fatto grigio. Via! Mariolino nostro prende spavaldamente il comando, tirando dentro a tutto spiano… Ma ai 700 il tedesco lanciava lo sprint al quale Lanzi non aveva più niente da opporre.
Non sappiamo cosa abbia pensato il grande Mario Lanzi vedendo Harbig stabilire il nuovo record del mondo a 1.46,6 (durerà fino al 1955). Lui, che il destino sportivo aveva relegato al ruolo di eterno secondo perché, già argento ai Campionati europei di Torino nel 34, era stato bloccato dall’emozione e beffato anche a Berlino 36. In quelle Olimpiadi, dopo due qualifiche sbalorditive e con la nazione attaccata ai diffusori per sentire la radiocronaca spettacolare di Niccolò Carosio, l’atleta novarese, nato a Castelletto Ticino il 10 ottobre 1914, imbrigliato al quinto posto per quasi tutta la gara, si era svegliato tardi, maledettamente tardi, per prendere l’americano Woodruff, che aveva vinto di un soffio. Aveva scritto Emilio Colombo, sulla Gazzetta dello Sport: “Avremmo voluto abbracciare il magnifico atleta confondere, affettuosamente, la nostra con la sua amarezza per il trionfo mancato.
Eppure, perché questa è la grande forza dello sport, il giorno dopo la serata del 15 luglio, Mario Lanzi ha subito la possibilità della rivincita su Harbig, che l’ha battuto nettamente stabilendo il nuovo record mondiale. Il 16 sono in programma i 400 metri che, visto le caratteristiche dei due contendenti, sono una gara più adatta a Lanzi. Harbig viene da una notte di festeggiamenti, è stanco, appagato, e forse, in onore dell’alleato e del collega, ben disposto a lasciare il passo. Forse. Scrisse ancora Dante Merlo: “Dopo essersi prodigato in testa colla stessa spavalda assenza di calcolo, Mariolino veniva appaiato sul filo dall’enigmatico Harbig, rinvenuto metro su metro, centimetro su centimetro, in ultima retta. Tempo 46”7 per entrambi, record europeo eguagliato, ma vittoria assegnata al tedesco. ” Per una sorta di senso d’ospitalità, o forse di codarda sottomissione (la foto, che potete vedere sotto, è eloquente), la vittoria è assegnata al tedesco. Lanzi, eternamente secondo, non fa una piega, mentre Orazio Mariani, ricevuto lo stesso trattamento a favore del tedesco Scheuring nei 100 metri, s’imbestialisce non poco e, in un moto proto-resistenziale, si rifiuta di salire sul podio. Ci sale il grande Harbig, dominatore di quella due giorni all’Arena.
Quella tra Harbig e Lanzi fu una vera e propria “saga” in dodici atti: a Milano il 15 luglio e a Francoforte il 12 agosto l’italiano funse da lepre, permettendo al tedesco di centrare due record importantissimi, prima negli ottocento (52.5 a metà gara) e poi nei 400. Harbig divenne così una leggenda. In nove anni (1934-1942) prese parte a 233 incontri vincendone ben 201. Correva gare di velocità e di mezzofondo con questi primati personali: 10.6 nei cento, 21.5 nei duecento, 46.0 nei quattrocento e 1.46,6 nei 1500. Nato a Dresda l’8 (o il 23) novembre 1913, morì sul fronte della Prussia orientale il 5 marzo 1944, nel vano tentativo di difendere un ponte. Un anno più tardi la sua casa di Dresda fu bombardata. Dalle fiamme si salvò solo un cronometro manuale le cui lancette indicavano 1’46”6: era quello usato dai giudici la serata di luglio di sei anni prima e non era mai stato azzerato. Sulla sua tomba, sempre a Dresda, l’epigrafe recita: “solo i dimenticati sono morti”.
E noi, per ricordarlo in quella giornata del 39 all’Arena di Milano, riportiamo due stralci di articoli comparsi sulla Gazzetta dello Sport il giorno dopo. Il primo, a firma Bruno Roghi, con un attacco tra l’ingenuo e il divertito, vuole sottolineare il grande affetto che gli sportivi italiani dimostrano all’alleato tedesco, esultando per la vittoria di Harbig. Solo tre anni dopo le bombe di altri alleati, quelli “buoni”, distruggeranno la città.

 “L’alta purezza dell’atletica e l’alto senso sportivo della sua folla sono tutti in questo episodio. C’è uno spettatore in ritardo che giunge alla porta dell’Arena nel momento in cui l’altoparlante annuncia, nell’interno dello stadio, che Rudolf Harbig ha battuto il primato mondiale degli 800 metri. L’applauso è scrosciante, interminabile, commosso. Lo spettatore in ritardo, abituato a riconoscere il “colore” della rete dall’intensità dell’ovazione che l’accoglie, da quell’assiduo frequentatore di partite calcistiche che è, pensa che là dentro abbia vinto un atleta italiano. No. Ha vinto un atleta tedesco. Meglio ancora. Ha vinto l’atleta. L’atleta, questa espressione suprema della salubrità e della forza umana, ha condannato a inginocchiarsi ai suoi piedi leggeri un “tempo” che pareva insuperabile. Ha compiuto un’impresa superba, senza ausilio di attrezzo, senza conforto di strumento meccanico, nudo com’è nato, libero e limpido come è sgorgato dalla sorgente della natura. La moltitudine sente questa verità, supera il disinganno patito per la mala ventura di Lanzi, è rapita ancora dallo spettacolo indimenticabile dello slancio alatodi Harbig, gli dà il suo cuore e il suo entusiasmo.
Tutto l’incontro italo-tedesco, ordinato dalla Federazione con ammirevole capacità organizzativa, si è ispirato a questa elevata tonalità sportiva. La folla avrebbe, sì, desiderato un bottino azzurro più pingue, né ha mancato di esprimere i suoi robusti dubbi circa l’infallibilità convenzionale degli occhi d’Argo della plurima giuria nella doppia occasione della corsa di Mariani nei 100 e della corsa di Lanzi nei 400. Passione generosa di bandiera, e probabilmente eccesso di scrupolo nei giurati. Non per questo la folla ha abbassato l’incontro sul piano comune delle emozioni acri e confuse, anche se sincere ed impetuose, che altri sport suscitano. Essa ha consapevolmente avvertito la nobiltà imparagonabile, d’essenza e d’atteggiamenti, che fa dell’atletica leggera la regina di tutte le discipline agonistiche, la misura della preparazione sportiva di un popolo.

Bruno Roghi

Quando si è ieri aperto il velario sul meraviglioso scenario dell’Arena e gli atleti hanno cominciato a battagliare sul campo, la folla ha subito compreso che la Germania era scesa a Milano con una fortissima squadra, con uomini eccezionalmente preparati e soprattutto col desiderio vivo, ardente di strappare il successo.
Man mano le gare proseguivano, si è notato che l’attesa viva, morbosa di quella folla era per gli episodi salienti della riunione, soprattutto per l’incontro Harbig-Lanzi, il numero di centro della manifestazione. Si erano scrutati, vagliati i tempi di questi due campioni, le loro prerogative, le possibilità che ognuno di essi aveva di vincere la gara, ma soprattutto di migliorare il primato mondiale della distanza.
La gara degli 800 metri, spettacolo eccezionale di qualsiasi manifestazione, era stata inclusa nel programma della prima giornata unicamente per mettere di fronte l’uno all’altro i più grandi occentisti del momento nelle loro condizioni di migliore freschezza, per ottenere da essi il rendimento massimo. E difatti si è raggiunto, in fatto di risultati, il traguardo che si desiderava.
La gara degli 800 metri è stata vinta da Harbig, atleta nato a Dresda il 23 novembre 1913, di taglia, leggermente superiore alla media, dall’ampio torace, ma dalla struttura agile e dai muscoli d’acciaio. Egli ha vinto contro Lanzi, quest’anno rinnovato in fatto di stile ed anche di risultati, nello stesso modo con cui si era aggiudicato a Parigi il titolo di campione d’Europa, con un tempo fantastico, che demolisce il precedente primato mondiale che apparteneva a Wooderson, di ben un secondo e otto decimi.
Il pubblico è rimasto sbalordito del risultato; si è entusiasmato del modo col quale è stata condotta la gara, ha compreso che contro un uomo simile oggi non vi è nulla da fare e che i due atleti che hanno combattuto col cuore e con generosità sino sul filo di lana erano veramente i due migliori ottocentisti del mondo.
Non solo entrambi gli atleti hanno segnato un limite mai ottenuto nelle Olimpiadi sin qui svolte e nei campionati passati, ma hanno dimostrato che solo attraverso un confronto simile era possibile abbattere il primato di Wooderson. Mario lanzi ha fatto la sua gara, ha seguito la gara che gli era stat insegnata e che era la più buona. Uomo dai fasci muscolari potenti, non poteva certo scattare negli ultimi cento metri come ha fatto Harbig e del resto sarebbe bastato vederli in vista per rendersi ragione che le due strutture fisiche dettavano due tattiche diverse.
Lanzi è partito veloce, leggermente in anticipo ed ha subito preso posizione. I 200 metri sono stati raggiunti e passati in un soffio; i 300 metri poco più di 37”. Sin qui tutto andava bene; lo sforzo era ben distribuito e Harbig, sui 200 metri appariva staccato di circa 6 metri. Poi Harbig ha cominciato ad avvicinarsi con un allungo progressivo e perveniva alle spalle dell’italiano, ai 600 metri. L’inseguimento di Harbig è stato poderoso, ma è stato anche giudizioso. Ci si è domandati allora: potrà in questo momento Harbig produrre il suo sforzo, il suo scatto, il suo finale, o non risentirà dell’andatura di Lanzi?
Invece Harbig non ha sentito lo sforzo; si è raccolto, è scattato ai 700 metri, è passato.
È stato quello scatto, quell’energia spesa a tempo opportuno, quel finale che gli hanno dato la vittoria. Lanzi aveva imposto l’andatura da primato all’inizio, ma il primato doveva andare ad Harbig, l’atleta più potente del mondo.
Non vi è uomo che possa battere Harbig; non abbiamo mai visto un ottocentista capace di tanto; non ritenevamo lo stesso Harbig anzi capace di simile risultato. Bravo harbig e bravo Lanzi, che ha contribuito, con quel suo scatto iniziale, al rpimato mondiale. I tempi della gara sono stati i seguenti: primi 200 metri: Lanzi 24”6, Harbig 24”8;secondi 400 metri: Lanzi 52”5, Harbig 52”7 (entrambi hanno percorso i 200 metri in 27”3). Harbig ha poi fatto gli ultimi 200 metri in 26”2 e Lanzi in 29”. Harbig ha vinto in 1’46”6. Il primato di Wooderson è stato battuto di 1”8/10. Lanzi ha corso la distanza in 1’49”. È crollato il primato italiano. Bellini ha segnato 1’56”6; anche per Bellini è il suo tempo migliore
.”
Luigi Ferrario 

RUBRICA TELEVISIVA

FOTOGALLERY