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mattia-morettiMattia Moretti, atleta brianzolo della Daini di Carate Brianza, dal mese di dicembre ha vestito le stellette militari e dalla stagione 2014 difenderà i colori del Centro Sportivo dei Carabinieri. Per tutta l’atletica milanese questo salto di qualità è motivo di grande soddisfazione, perché l’ingresso nel mondo dell’atletica professionista è il completamento di un lungo percorso di crescita sportiva per un atleta che ha iniziato a mettersi in luce fin dalla categoria Cadetti, quando vinse il Criterium nazionale giovanile, e culminata nella scorsa stagione con la partecipazione ai Campionati europei under 23 negli 800 mt. L’atleta caratese, 22 anni, vanta come PB 1:47.61 sugli 800 e 3:45.29 sui 1500.

Dalle nostre pagine il “benvenuto” al neo militare arriva direttamente dal maresciallo Ottaviano Iuliano, comandante della sezione atletica del Centro Sportivo Carabinieri, che ha voluto fare con noi una piacevole e interessante chiacchierata sul mondo dell’atletica militare, cuore pulsante, croce e delizia della nostra atletica nazionale.

L’ingresso di Mattia Moretti può essere visto come un primo segno di rilancio dell’attività del centro Carabinieri, visto che l’età di tre quarti dei vostri atleti ha superato ormai i 30 anni? Per il comandante Iuliano, ex quattrocentista azzurro che vanta un personale di 46”40 siglato proprio all’Arena Civica di Milano in occasione dei campionati di società del 1998, la situazione è un po’ più complessa e va al di là del semplice concetto di rilancio.

«C’è stato un misunderstanding riguardo al nostro centro sportivo perché la realtà conclamata della sezione è che i numeri degli atleti militari, che dovevano essere questi attuali, non lo sono mai stati fin dal 1995. Noi dovevamo sempre essere un numero minimo, consono all’attività dell’arma, quindi 33 persone in totale e in un momento di difficoltà del Paese è normale ridimensionare i Reparti, specialmente quelli con incarichi speciali».

La realtà dei fatti è che per tante stagioni il gruppo è stato costantemente in esubero, con circa 70 unità. Questa abbondanza era forse favorita dalla servizio di leva, obbligatorio fino al 2004? «Questo fatto però era legato alla leva obbligatoria allora in vigore. I nostri arruolamenti arrivavano sì anche attraverso la leva, però erano comunque arruolamenti mirati e facevano affidamento sulla possibilità di poter arruolare annualmente sfruttando gli arruolamenti della leva. Anche allora ogni anno ne entravano 2-3, a volte però si facevano due arruolamenti e diventavano 6 atleti perché c’erano quelli della leva e quelli del corso effettivi».

E’ proprio questo concetto dell’ “arruolamento effettivo” che segna una profonda differenza tra come si deve gestire un gruppo militare come i Carabinieri  come invece si gestisce una società sportiva. «L’incomprensione viene dal fatto che il circo dell’atletica pensava – puntualizza il maresciallo Iuliano -  che potessimo arruolare a raffica senza problemi, invece non è così. Il nostro numero delle persone da arruolare di anno in anno rientra nel gruppo generale dei numeri che ci sono concessi dal ministero della difesa. Quindi, ad esempio, se servono 50 carabinieri si arruolano 50 carabinieri e non se ne arruolano 55 perché 5 devono fare atletica». La differenza è sostanziale. «In quei 50 ce ne saranno 5 che saranno prestati per 5, 6, 10 anni all’atletica dopo di che faranno i carabinieri a tutti gli effetti. Il concetto è che noi arruoliamo carabinieri, che prima di tutto sono Carabinieri e poi per le loro specificità fisiche hanno le potenzialità di fare gli atleti ad alto livello».

Un buon esempio è proprio quell’arruolamento di Mattia Moretti, entrato nel corpo con un bando di concorso effettuato nel luglio 2013. Il bando era riservato a 5 posti del Centro Sportivo dei Carabinieri, che però non annovera solo l’atletica ma ben dieci sport (scherma, judo, karate, pentathlon moderno, tiro a segno, equitazione, sport invernali, nuoto, paracadutismo sportivo). Tra quei 5 posti in palio, uno solo era riservato all’atletica. Ogni anno il Centro sportivo ha a disposizione dieci posti per ringiovanire le dieci discipline. Difficile approntare una squadra completa, giovane e sempre al top con questi ingressi al contagocce. Con un ritmo di ricambio così lento è quasi naturale che sia ben oltre i trent’anni l’età media degli atleti che difendono i colori della Benemerita.

Inutile nascondere che una situazione del genere possa far sorgere qualche dubbio o perplessità sull’utilità di mantenere uno status professionistico per atleti piuttosto avanti con l’età. Due le puntualizzazioni del Comandante. «I Gruppi Sportivi Militari nascono per volere del Coni che ha deciso, nel 1965, che senza i militari lo sport in Italia era un problema farlo diventare professionistico. Premesso ciò, si passa a guardare e a far parlare i risultati. «Io su questo sono tranquillo, ho tutti atleti validi che ben figurano sia in ambito nazionale che internazionale a cominciare dal senatore Paolo Dal Soglio che è ancora oggi il migliore della sua specialità. Perché io devo privarmi di chi è ancora il migliore in Italia? Per quanto mi riguardano, sono i risultati che hanno voce e non l’età anagrafica. Il secondo miglior atleta dei Mondiali di Mosca è stato Fabrizio Schembri che la scorsa stagione ha dato grandissimo lustro ai nostri colori in tutte le pedane del Mondo.giupponi-latina

Matteo Giupponi è un altro lombardo che fa il suo e lo fa molto bene perché la sua prestazione al Mondiale è già minimo olimpico (nel frattempo Giupponi si è laureato anche Campione d’Italia nella 50 km di marcia, ndr - nella foto a fianco). Noi il nostro, vecchio o no, lo facciamo. Noi siamo già sotto organico, non c’è gente che sta poltrendo come può pensare qualcuno, anche della tua regione».

L’occasione è troppo ghiotta, perché qui il comandante Iuliano sta facendo riferimento alla “questione Tamara Apostolico”, storia troppo lunga da raccontare in questa intervista (per chi necessita di un riassunto della storia del ritiro dalle gare della campionessa italiana di disco, legga qui)«Io ho parlato con Tamara e gliel’ho spiegato apertamente: io purtroppo attualmente non arruolo nel settore femminile. Il suo messaggio non è certamente rivolto a me. Io penso che sia stato un errore, per svariati motivi, non essere riusciti ad incorporarla. A me dicono che la federazione l’ha aiutata, fino a giugno si è allenata nella struttura delle FFGG poi lei ha deciso di finire gli studi e di smettere. L’Apostolico è però anche il frutto del fatto che le squadre femminili militari sono andate sfumando. E’ stato un bellissimo momento, un avvio grandioso ma che è durato una decina d’anni, e dieci anni non vogliono dire niente. Il risultato è che si possono perdere dei talenti che vanno a cercare la loro strada all’estero».

Tamara Apostolico ha pagato anche il fatto che i lanciatori sono stati i più penalizzati dall’attuale formula dei Campionati di società (introdotta nel 2008) che, avendo eliminato dalla conquista per lo scudetto le formazioni militari, ha cambiato modalità e necessità dell’arruolamento? «Oggi non ci sono più i CSD, purtroppo dico io. Io sono di quella generazione che ha visto i societari come una battaglia divertente, con una programmazione specifica, con obiettivi che già iniziavano a maggio. Così com’è oggi si perde l’entusiasmo perché ridurre un cds a una somma di gare che poi decide chi va a fare la coppa campioni per me non ha lo stesso senso, non è un vero Campionato di società. Ciascuno fa la sua gara, chi ha gli uomini e ha la possibilità di avere un cospicuo numero di atleti all’interno del gruppo copre tutte le gare, anche con più uomini gara, e chi non le copre ha già perso. Il cds non era chi va a fare la Coppa Campioni, era più un momento nel quale ci si sfidava tutti perché gareggiavano tutti. Non è questa formula che fa competitiva una società, secondo me quello che rende competitivo, che fa l’agonismo, è il confronto, la sfida»

In che modo il nuovo regolamento ha cambiato la vita dei gruppi militari? «Avere un campionato con un senso dava anche modo di arruolare con un criterio, una programmazione. Fare la squadra invece così, cercando il campione al momento giusto, diventa molto più laborioso, farraginoso e complicato. Così non ha senso: non si può pianificare e non c’è la necessità di farlo perché ci si basa su quel che hai al momento. Questo regolamento dei societari è frutto di una mancanza di visione futura a vantaggio di realtà sociali, storiche e civili che però si riducono neanche alle dita di una mano».

Ma allora se si cerca il campione “alla moda”, quello del momento, finisce che prevale il gusto e magari non necessariamente il vero talento? «Mi chiedo che senso ha specializzare gli arruolamenti nei Gruppi Sportivi Militari. Se si arruolasse soltanto il campione da medaglia si rischierebbe di non avere nessun atleta in molte discipline, un esempio banale è la specialità del giavellotto, il minimo di partecipazione per i mondiali è sopra gli 80mt, in Italia nessuno attualmente fa questa misura…e allora perché abbiamo i giavellottisti? Semplice, per dargli la possibilità di crescere e arrivare a lanciare misure importanti. Io penso che sia anche questo il compito dei gruppi sportivi dello Stato».

Restando in tema di lanci, il comandante ci tiene a spiegare che il suo gruppo è invece piuttosto attivo nel settore, con il giavellottista Antonio Fent che si trova in Sudafrica insieme ad altri azzurri che si sono uniti al percorso formativo che Antonio ha intrapreso già da due stagioni con i migliori tecnici finlandesi. Su questa scia la Fidal ha iniziato una partnership con la squadra finlandese che lì passa l’inverno ad allenarsi. In casa nostra, invece, attorno a Paolone Dal Soglio nel centro di Schio si sta formando un gruppo di lavoro con i migliori pesisti italiani, primo passo verso un possibile ingresso nel settore tecnico del più longevo pesista di ogni tempo.

Il gruppo Carabinieri prosegue così sulla sua strada, poco influenzato da regolamenti e mode perché, con i numeri minimi di arruolamenti di cui abbiamo già parlato, diventa difficoltoso programmare un ricambio generale della squadra. «Certo l’obiettivo resta sempre quello di cercare di coprire tutte le gare. Nei prossimi arruolamenti che farò io cercherò di coprire le vacanze organiche che ho: 400hs, siepi, un giovane pesista e un giovane velocista. Spero di poterlo fare».

Per ora dobbiamo limitarci a vedere i miglioramenti di Mattia Moretti nella sua nuova carriera da professionista. Le aspettative sono alte, non meno della fiducia del suo comandante, però. «Chiariamo subito. Io non ho scelto Mattia: a me serviva rimpinguare il settore mezzofondo perché non ho più ragazzi giovani. Lui o un altro a me andava bene purché fosse giovane e promettente. Lui lo è, se l’è guadagnato sul campo con i risultati, adesso vediamo con la possibilità di fare il professionista. E’ un ragazzo molto serio, si è preparato, ha fatto il corso in maniera ineccepibile. Ora è in ritiro con Mario Scapini in Sardegna: siamo aperti alle collaborazioni perché è il modo migliore per crescere».

Potremo apprezzare il nuovo Moretti già alle indoor, dove è il campione italiano in carica Promesse negli 800? «Per le indoor non si sa – smorza gli entusiasmi il maresciallo – Moretti viene da tre mesi di corso di arruolamento e non è stato facile farlo allenare in quel periodo, da settembre a dicembre. Ecco perché insisto a dire che noi arruoliamo Carabinieri e dopo atleti, perché lo status cambia, le responsabilità sono diverse. Non è un gioco».

Ma un corso del genere, impegnativo al punto da compromettere una parte di stagione di un atleta professionista, lo fate solo voi Carabinieri o anche gli altri Gruppi militari? «Tutti dovrebbero fare un corso di indottrinamento per capire cosa si diventerà, il nostro è così». Beh qualche dubbio che per altri la musica sia un po’ diversa viene. Magari quando pensiamo a giovanissimi 18enni arruolati il giorno dopo aver spento la candelina della maggiore età. Davvero interrompono gli studi per fare un po’ di vita di caserma? «Non lo so, però nel mondo non è così raro prendere coscienza di quel che si può essere a 17 o 18 anni. I marines che vanno in Iraq mica hanno 40 anni, ne hanno 20. Da noi è un po’ diverso ma è da noi che è sbagliato».

Probabilmente non è l’unica cosa sbagliata nella nostra atletica, però non mancano prospettive di fiducia. «Con questa federazione, onestamente, si riesce a fare molto bene – spiega il comandante -  C’è un bel dialogo e c’è la possibilità di lavorare. Non che prima non ci fosse, ma era molto più farraginoso. Oggi è più oliato il meccanismo. Magari c’è anche più fiducia, sicuramente c’è più dialogo e più risposta dall’altra parete, e non è poco». Poco sicuramente no, speriamo possa almeno bastare per porre fine a questo periodo di vacche magre.

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