BERLINO ’36, CALDANA PRIMA MEDAGLIA OLIMPICA VICENTINA

È il 9 agosto all’Olimpiastadion di Berlino, un nuovo immenso impianto sportivo che Hitler ha fatto ampliare fino a una capienza di 110 mila spettatori in funzione dei Giochi olimpici che avrebbero celebrato la gloria del terzo reich. C’è un silenzio irreale in attesa dello sparo d’avvio della staffetta maschile 4x100. Lo squadrone statunitense per la prima volta ha inserito anche atleti di colore, assenti forzati per le leggi razziali nelle precedenti edizioni dei Giochi, compresa quella del 1932 di Los Angeles.


Le cineprese inquadrano in primo piano i visi tirati degli atleti. La regia straordinaria e innovativa di Leni Riefenstahl, attuale ancor oggi, scava negli sguardi degli atleti quasi a voler rendere palpabile l’attesa spasmodica.
In prima frazione, una bestemmia per i tecnici di oggi, Gli Stati Uniti schierano Jesse Owens (già tre ori vinti in questi giochi) che avrebbe voluto rinunciare a beneficio di una riserva. L’Italia, che con Olanda e Germania si giocava le rimanenti posizioni sul podio aveva in prima Orazio Mariani. Per gli Stati Uniti la vittoria è poco più che una formalità. Owens passa il testimone a Metcalfe già con un vantaggio impressionante; mentre il vicentino Gianni Caldana che già ha gareggiato nel salto in lungo, 110 ostacoli e 200, al via della seconda frazione sembra non avere più possibilità.
Caldana passa il testimone a Elio Ragni, con l’Italia in seconda posizione, staccatissima dagli Usa che hanno Draper in terza frazione, ma davanti ad Olanda e Germania. In ultima frazione gli Stati Uniti con Wycoff chiudono da trionfatori in 39”8, nuovo record del mondo, con un vantaggio abissale di 1”3 sull’Italia che, come ultimo frazionista, ha schierato Tullio Gonnelli.


Mariani, Caldana, Ragni e Gonnelli fanno proprio l’argento con il nuovo primato italiano di 41”1 davanti all’Olanda, che verrà però squalificata per perdita del testimone: il bronzo passerà così alla Germania.
Nella stessa Olimpiade, argento per Mario Lanzi negli 800: un atleta simbolo del movimento atletico azzurro, che diverrà vicentino d’adozione andando a vivere a Schio. Il solo oro della spedizione azzurra nell’atletica verrà conquistato da Ondina Valla negli 80 ostacoli. Nel medagliere finale l’Italia chiuderà i giochi al 4° posto con ben 8 ori.
Gianni Caldana, classe 1912, aveva iniziato a fare atletica sulla pista in terra rossa dello stadio “Menti”; quindi aveva vestito la maglia del G.A. Padovano, con cui nel 1930 aveva corso i 100 proprio al “Menti” in 11”. Poi era passato alla società Giglio Rosso di Firenze con la quale aveva spiccato il volo olimpico di Berlino.
Ora, a 70 anni di distanza, nello stadio che rimarrà impresso per sempre nel cuore degli italiani per l’impresa degli azzurri del calcio, è giunto il momento di ricordare le gesta di questo grande atleta giramondo vicentino, deceduto nel 2000 a Colombare di Sirmione sul Garda.
Il 14 luglio 1936 Caldana realizzava 7,50 nel salto in lungo, nuovo record italiano che comunque il mese seguente sarebbe stato battuto dall’altro azzurro Maffei, 4° nella finale olimpica vinta con il primato mondiale di Jesse Owens. Un record mondiale che sarebbe durato oltre 20 anni. In quell’occasione anche Caldana riuscì ad entrare in finale con l’ottima misura di 7,46; Owens solo al secondo salto riuscì i 7,17 fissati per le qualificazioni.
Owens ciccò forse per troppa sicurezza il primo salto. Al secondo tentativo, venne avvisato dal rivale tedesco Lung che il segnale posto lungo la pedana, un accorgimento usato dagli atleti per misurare i passi di rincorsa, era stato inavvertitamente spostato. Owen rimise il segnale nella primitiva posizione e ottenne la misura per la qualificazione. La testimonianza di quello straordinario fair play (il tedesco fu poi argento dietro Owens) venne riportata proprio da Caldana. Il vicentino saltò 7,26, che gli valse il 12° posto.
In seguito fu l’allenatore di alcuni campioni come Pietro Mennea e Sergio Ottolina; e precursore di un’attività, un tempo quasi rivoluzionaria ma oggi irrinunciabile, quale quella del preparatore atletico. Caldana lo fu con la Fiorentina, il Milan e l’Atalanta. Un alito di quella memoria berlinese di 70 anni fa, nella notte di festa azzurra all’Olimpiastadion, è anche vicentino; pur se immeritatamente. Vicenza non ha infatti mostrato riconoscenza a Gianni Caldana, prima medaglia olimpica nell’atletica in chiave vicentina e a tutt’oggi unica medaglia azzurra delle staffette nei giochi olimpici e nei campionati mondiali. Pur continuando a frequentare Vicenza e i tanti amici, fra cui soprattutto il fotografo Mandrini, Caldana fu dimenticato. (g.m.) Giornale di Vicenza

BERLINO ’36, CALDANA PRIMA MEDAGLIA OLIMPICA VICENTINA

È il 9 agosto all’Olimpiastadion di Berlino, un nuovo immenso impianto sportivo che Hitler ha fatto ampliare fino a una capienza di 110 mila spettatori in funzione dei Giochi olimpici che avrebbero celebrato la gloria del terzo reich. C’è un silenzio irreale in attesa dello sparo d’avvio della staffetta maschile 4x100. Lo squadrone statunitense per la prima volta ha inserito anche atleti di colore, assenti forzati per le leggi razziali nelle precedenti edizioni dei Giochi, compresa quella del 1932 di Los Angeles.

Alzi la mano chi, nella vita, non avrebbe voluto essere, o almeno somigliare, a Edwin Moses, il più grande 400metrista a ostacoli della storia dell’atletica: colto e intelligente (due lauree, in fisica e ingegneria), imbattibile (corse 122 gare in 10 anni, dal 1977 al 1987, senza mai perdere), innovatore (il primo a fare solo tredici passi tra un ostacolo e l’altro), impegnato nella lotta al doping, ideatore di un fondo fiduciario statale a favore degli atleti; e, soprattutto, autore di ben quattro record del mondo. Di cui uno, in una serata di magia, all’Arena di Milano, proprio il 3 luglio di 26 anni fa.

 

Uno degli avvenimenti dell’atletica leggera rimasto vivo e radicato nella memoria, che ricordo nitidamente, secondo dopo secondo, passo dopo passo, che quando lo ripenso provo ancora la stessa emozione d’allora è il memorabile confronto tra Lanzi e Harbig del 15 luglio 1939 all’Arena di Milano.” Dante Merlo

 

C’era un tempo in cui, nell’atletica femminile, dopo una certa distanza, gli 800 metri, c’erano le colonne d’Ercole e poi l’ignoto. Un inqualificabile maschilismo, lo stesso che aveva relegato la parte dolce dell’universo al ruolo di sesso debole, aveva deciso che la donna non era adatta a compiti faticosi e quindi, nella pratica sportiva, non poteva sopportare le discipline con maggior dispendio d’energie, come ad esempio il fondo. Poi arrivò Paola Pigni da Milano. E l’atletica femminile colmò il gap culturale, parificandosi a quella degli uomini. Il tutto avvenne all’Arena di Milano, una sera calda di luglio, 37 anni fa.

 

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